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mercoledì 16 agosto 2017

Godley, Lavoie, e Draghi: un'eterna politica espansiva

Rapidissimamente, che poi devo chiamare il tecnico della caldaia, andare a fare la spesa, scrivere un articolo per il Fatto Quotidiano, scrivere una prefazione per Il Pedante, scrivere un'apologia (Tertulliano me spiccia casa), ecc.

Questo post è un piccolo lago di montagna, dove confluiscono almeno due rivoli di acqua fresca e cristallina: il discorso su Lascienza, e il discorso sui rapporti di forza all'interno dell'Eurozona, messo in luce nel post precedente.

Cosa rimprovera il re che da Berlino "mannò ffora a li popoli un editto: io sò io, e tu sei un cretino, governatore de sta fava, e zitto"? Rimprovera a Draghi il fatto che l'acquisto di titoli di Stato violi la proibizione di finanziare direttamente gli Stati (insomma, violi quel "divorzio" fra Tesoro e Banca Centrale che noi abbiamo adottato spontaneamente [?] nel 1981, ma che dal 1992 è sancito dal Trattato di Maastricht). Notate che questo granellino di sabbia è stato messo nell'ingranaggio da Bernd Lucke, il fondatore di Alternativa per la Germania, il partito che vorrebbe che la Germania uscisse dall'euro.

Ora, qui bisogna in realtà difendere Draghi, e, simultaneamente, la scienza economica. Marc Lavoie, a seguito di un paio di conversazioni che abbiamo avuto a Parigi su un modello che sto per pubblicare (così facciamo stare zitti anche quelli che "Bagnainonhailmodelloteoricoooooo!"), mi ha inviato un suo articolo, scritto con Godley nel 2006 (poi pubblicato su carta nel 2007), del quale mi pregio di agevolarvi l'abstract:


Prendersela con Draghi è ingiusto e inutile (mi affretto a dire che Lucke lo sa benissimo e vuole solo creare un caso politico). Draghi segue quella che la scienza economica, in una delle sue riviste più prestigiose (tant'è che perfino gli economisti pre-keynesiani sono costretti a tenerla in classe A), aveva indicata come una strada obbligata. Per tenere insieme i cocci dell'Eurozona dopo uno shock esterno c'è solo una cosa da fare, quella che sta facendo Draghi (che cretino proprio non è!): comprare titoli, in particolare delle "weak euro countries", e comprarli in proporzione ever rising: never ceasing, still increasing, with the length of time shall grow, come le lacrime (di coccodrillo) del primo vecchione nella Susanna di Handel.

Come notava giustamente l'amico Pilon in coda a un post precedente, ora resta da vedere cosa succederà quando smetterà di farla. Non vorrei guastarvi la sorpresa, ma chi ce la fa, per saperlo, può leggersi l'articolo di Godley e Lavoie.

Agli altri basterà aspettare: Draghi scade nel 2019...




(...e voi poracci che eravate rimasti a AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA-LLE-LUGLIA! Ma non ci siamo proprio, non ci siamo. Handel è da un'altra parte: è qui. E nel caso vogliate sapere dove ha imparato a scrivere così, vi accontento subito: in questa cessa di città, dove insegnavano Corelli, Pasquini e Scarlatti. Un'eterna ghirlanda brillante...)

martedì 15 agosto 2017

QED 81: c'era una volta un re che da Berlino...

Alle 18:47 ho pubblicato il post precedente, e alle 19:53 l'Ansa ha pubblicato questo. Il post più breve per il QED più rapido.

Due domande ai giuristi

Ci siamo occupati altrove della piddinitas juridica: quello strano atteggiamento di certi nostri colleghi di altro settore, in virtù del quale essi "sanno di sapere" tante verità economiche, senza aver mai in realtà acquisito la grammatica e la sintassi dell'economia (e questo non sarebbe un difetto), e senza essersi mai posti una domanda sulle fonti da cui traggono cotanta sicumera (e questo è un difetto, perché, quando gratti un po' la superficie, vedi che la loro fonte delle fonti è sempre il dottor Giannino).

Che sia un economista a non interrogarsi sui conflitti di interesse dei vari attori economici e sociali mi sembra già grave: ma che non lo faccia un giurista mi sembra gravissimo! Ripetere a vanvera le note leggende metropolitane sui risparmi spazzati via, sui salari che verrebbero decurtati, sulla svalutazione i cui benefici verrebbero annichiliti dall'inflazione, e via dicendo, espone al rischio di fare una figura barbina se qualcuno tira fuori un dato, o semplicemente chiede al concionatore di turno di definire i concetti che sta usando (io non devo sapere cos'è un termine ordinatorio, e quindi non ne parlo, mentre chi parla di inflazione dovrebbe sapere cos'è, e non confonderla con la svalutazione). Per sottrarsi a questo rischio, basterebbe semplicemente che prima di concionare, il concionatore si ponesse un domanda semplice semplice: "Questa storia che la svalutazione deprime i salari me la ripetono i quotidiani e le riviste scientifiche di Confindustria. Ma Confindustria è l'associazione degli industriali, quella che ha strenuamente lottato coi nostri sindacati appunto per abbassare i salari. Quest'ultima cosa non è strana: caeteris paribus, dato un certo fatturato, meno ne va in salari, più ne va in profitti, e gli industriali non sono salariati, anche quando non sono - come spesso i nostri - profittatori. Ma allora, perché mi si preoccupano tanto per un evento - l'uscita dall'euro, o in generale la svalutazione - che alla fine permetterebbe loro di ottenere quello che hanno sempre desiderato? Più precisamente, perché si preoccupano dell'interesse altrui, anziché del proprio? Non è strano? Non sarà che forse io sono un fesso?".

La risposta è ovviamente dentro il concionatore, ed è sbagliata (no), perché quella giusta (sì) è troppo dolorosa...

Ci pensavo oggi nello stilare un parere sull'articolo di un giurista bravo, che mi ha chiesto di analizzare la parte "economica" del suo lavoro. Si sta formando, anche in questa professione, una maggioranza silenziosa di patrioti che hanno capito come stanno le cose, e che se non ci svegliamo in tempo poi non ce ne sarà per nessuno. Io, che per natura sono curioso, se posso aiuto, sempre nel rispetto delle competenze altrui. Il lavoro è ben fatto, ovviamente ho suggerito di non citarmi per evitare problemi, e leggendolo mi sono venute in mente due domande che, in tutta umiltà, e scusandomi per l'imprecisione terminologica che mi deriva dal non essere un professionista della materia, vorrei porre ai giuristi tutti in ascolto.

Domanda numero uno: perché mai noi dovremmo fare un feticcio delle regole europee, e più in generale accettare il primato del diritto comunitario, quando la Corte Costituzionale Tedesca, con la sentenza di Lisbona, ha ampiamente chiarito di battersene la ciolla subordinare il rispetto dei trattati alla difesa dei diritti costituzionalmente garantiti in Germania, fra i quali quello al risparmio?

Insomma: se volessimo far evolvere l'UE in senso solidaristico, la Germania, via Corte di Karlsruhe, si metterebbe di traverso argomentando che così le cicale del Sud scialacquerebbero i risparmi degli scarafaggi delle formiche del Nord, ma quando poi c'è da tutelare il risparmio degli italiani allora non si possono salvare le quattro banche (lasciando che i pensionati penzolino), perché altrimenti sarebbe aiuto di Stato con violazione della concorrenza (che evidentemente non c'è se i porci cari amici tedeschi salvano le loro cesse di efficienti compagnie aeree). Me lo spiegate questo paradosso, cari giuristi? Non vi sembra che ci sia una certa asimmetria?

Domanda numero due, rivolta soprattutto a quelli bravi, a quelli buoni, a quelli dai cognomi esotici che si sono schierati contro il Renzi brutto che voleva riformare la Costituzione più bella del mondo: cari amici, forse non ve ne siete accorti, ma la Costituzione è stata riformata in modo plateale e cruciale aggiungendo un quarto potere costituito, il potere monetario, quando la Banca d'Italia si è costituita in autorità indipendente dall'esecutivo con il cosiddetto divorzio. Non sono io a dare questa interpretazione in senso costituzionale: è l'autore della riforma, Beniamino Andreatta, quando parla di potere esecutivo, legislativo e monetario, posti sullo stesso rango, anche se la nostra Costituzione disciplina solo il primo e il secondo nella sua parte seconda (Titolo I e Titolo III). Voi dove eravate mentre succedeva questa cosa? Al bar? A fare un massaggio? Portavate la macchina a lavare?

Sottoporre al giudizio dei mercati (considerati evidentemente onniscienti) quali politiche fossero finanziabili, dove volevate che portasse, se non a una situazione di generalizzata precarietà e di impoverimento della popolazione? Perché, vedete, anche se voi non volete rendervene conto, anche se (evidentemente) vi sembra strano: il capitale percepisce profitti, e il lavoro salari. Se attribuisci al capitale una penetrante funzione di indirizzo politico (e quale funzione di indirizzo politico è più penetrante di quella che consiste nel chiuderti i cordoni della borsa se non fai quello che conviene a me?), è piuttosto scontato che quest'ultimo indirizzerà le cose nel senso di deprimere i salari. La compressione e poi soppressione dei servizi pubblici e la creazione di disoccupazione attraverso i tagli sono tutti mezzi che concorrono a questo alto fine.

E voi non avete nulla da obiettare?

Ecco: queste sono le domande che farei ai miei amici giuristi. La seconda, a dire il vero, l'ho anche fatta, a un importante convegno. La risposta è stata questa:














































































Una risposta, come vedete, ampia e articolata.

Poi, dopo, a cena, mentre la rimuginavo, una collega molto simpatica mi si è avvicinata e mi ha detto: "Sai, quella cosa della possibilità di creare senza riforme costituzionali organismi che avessero potere di controllo su poteri costituzionalmente costituiti è uscita fuori quando vennero create le autorità amministrative indipendenti. Ma allora il problema fu risolto dicendo che si poteva fare, perché c'era il precedente della Banca d'Italia. Peccato che quando la Banca d'Italia si rese indipendente, nessuno abbia pensato a valutare le implicazioni di questa scelta".

La collega, simpatica e anonima, aveva torto. Questa scelta è stata valutata. Anzi: era già stata valutata, più esattamente in Inf. XXVIII, 103. Un aiutino agli europeisti:


E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,

gridò: "Ricordera’ ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, ’Capo ha cosa fatta’,
che fu mal seme per la gente tosca".


La filosofia del fatto compiuto è "mal seme", è una filosofia violenta, levatrice di violenza: questo ci ricordava Dante e questo qualcuno ha voluto dimenticare (è il metodo Juncker). Cari amici giuristi: fate sentire la vostra voce, o preparatevi a tergervi il sangue dalla faccia sozza con un fazzoletto. Cosa che, se l'Inferno è veramente come lo descrive Dante, rischierebbe di essere molto più difficile del capire che i media difendono gli interessi di chi li paga (operazione alla quale comunque mi sentirei gramscianamente di esortarvi)...


(...vedi alla voce "man mozza": a Dante, Juncker proprio non stava simpatico...)

lunedì 14 agosto 2017

Disoccupazione, sottocupazione, e scoraggiati: graduatorie

Nei post precedenti abbiamo discusso il dato evidenziato dal Financial Times secondo cui, se si prendessero in considerazione oltre ai disoccupati (persone prive di occupazione che hanno cercato un lavoro nelle quattro settimane precedenti) anche i sottoccupati (persone che lavorano meno ore di quanto vorrebbero lavorare) e gli scoraggiati (persone che non lavorano, vorrebbero lavorare, ma hanno rinunciato a cercare lavoro e quindi non contano come disoccupati), l'Italia sarebbe in testa alla classifica.

Il tasso di disoccupazione corretto per scoraggiati e sottoccupati nel 2016 sarebbe arrivato qui da noi al 39%, sopra Grecia e Spagna (col 33%).

Sò soddisfazzioni, dicono a Roma.

Oggi spacchetto il dato del 2016 per componente: disoccupati, scoraggiati e sottoccupati, e vi presento le graduatorie. Tre specialità diverse dello stesso campionato: la lotta per la sopravvivenza. Sarete contenti (no) e stupiti (no) di sapere che in due su tre di queste specialità noi siamo leader, e di gran lunga. Solo la disoccupazione "ufficiale" non ci vede nemmeno sul podio: arriviamo quinti, dopo Grecia, Spagna, Croazia e Cipro (tutti paesi dei quali qui si è parlato). Ma sulle altre due patologie del mercato del lavoro, quelle più insidiose perché meno evidenti e del tutto ignorate dai media, non ci batte nessuno!

Ecco i grafici:




Noterete che per quanto riguarda gli scoraggiati noi siamo decisamente fuori scala: il secondo paese con più scoraggiati, che è il Lussemburgo (anche i ricchi si scoraggiano... perché possono permetterselo!), ha il 9.5% di lavoratori scoraggiati, contro il nostro 16.1% (in percentuale delle forze di lavoro). Se siamo in testa alla graduatoria del tasso di disoccupazione corretto è essenzialmente per "merito" dell'ammontare del tutto anomalo di lavoratori scoraggiati. La media dei lavoratori scoraggiati negli altri paesi (esclusa l'Italia) è intorno al 5.82% della forza lavoro, con uno scarto quadratico medio di 2.26. Noi siamo a oltre quattro scarti quadratici medi dalla media (chi ha studiato sa di cosa parlo: e se ha studiato tanto gli segnalo che tolti noi, la distribuzione è normale con asimmetria 0.1 e curtosi 1.9, mentre aggiungendo l'Italia la distribuzione diventa non normale - il test JB schizza oltre 15, con un'asimmetria - ovviamente positiva - a 1.3 e una curtosi a 5.5): una anomalia statistica pazzesca!

Sarei veramente interessato a sapere se i criteri di rilevazione degli scoraggiati sono effettivamente uniformi nei diversi paesi coperti dall'Eurostat, perché se così fosse ci sarebbe molto da pensare. Mi leggero qualche peiper...

Noterete anche che il fenomeno dello "scoraggiamento" (cioè dei lavoratori inattivi che desidererebbero rientrare in corsa) è diffuso a macchia di leopardo: in particolare, fra i primi dieci paesi con più scoraggiati, quattro sono fuori dall'Eurozona (e nei primi dieci con meno scoraggiati solo due sono fuori dall'Eurozona).

Viceversa, disoccupazione e sottoccupazione sono molto più chiaramente connesse all'appertenenza all'Eurozona. Fra i primi dieci paesi con più disoccupati e sottoccupati solo uno non è membro dell'Eurozona (rispettivamente la Croazia e la Svezia), mentre fra i primi dieci paesi con meno disoccupati cinque sono fuori dall'euro, e lo stesso vale per i primi dieci paesi con meno sottoccupati.

Noterete, infine, che la Repubblica Ceca arriva ultima (cioè prima) in tutte le graduatorie: ha meno disoccupati, meno sottoccupati, e quindi meno scoraggiati. Chi è stato al nostro convegno annuale lo scorso anno ricorderà perché.

Con l'occasione, annuncio urbi et orbi la data del prossimo convegno annuale, il #goofy6: sarà il 2 e 3 dicembre 2017.

Torniamo all'antico: anche il #goofy1 (chi c'era se lo ricorderà) si svolse all'inizio di dicembre (era il 2012). Vi potrete iscrivere da inizio ottobre, e, naturalmente, prima che vi iscriviate avremo ampio modo di ragionare sul programma del convegno, del quale, però, posso fin da ora anticiparvi il titolo: "Più Italia".

Credo ce ne sia bisogno.

E voi?

domenica 13 agosto 2017

La disoccupazione in teoria e in pratica: analisi

(...ci deve essere qualcosa all'Olimpico: sento le urla da qua. Per il resto pace santa. La vera vacanza, quella con tutti fuori dalle palle - tutti tranne uno, er Palla, che purtroppo insiste sull'abitazione causa debbbito in matematica... Comunque, ho passato la giornata a referare un paper: quattro pagine di report, con mezza pagina di bibliografia, una giornata per scriverlo, altre tre per leggere il paper e capirlo... Questa cosa non va scritta in nessun libretto, non viene documentata in nessun modo, non viene valutata per la carriera, ecc. Ma noi - dicono i gazzettieri - siamo dei privilegiati: abbiamo il privilegio di lavorare gratis. Presto lo avrete anche voi. Sempre meglio dell'alternativa, comunque. Ecco, parliamone...)


Nel post precedente sono partito da questo grafico segnalato da Luigi:

 

e ho cercato di verificare i dati riportati. Mi aveva spinto a farlo, fra l'altro, l'osservazione un po' facilona del solito espertone (probabilmente un bot): "Mi fido più dell'ISTAT!". Osservazione non molto intelligente, perché anche se la fonte dei dati nel grafico non veniva specificata, presumibilmente era l'Eurostat (e quindi, per la parte italiana, l'ISTAT). I risultati ottenuti partendo da dati Eurostat, infatti, pur partendo da informazioni molto scarse circa la metodologia adottata dagli autori, erano sostanzialmente congruenti con l'evidenza riportata nel grafico, come vi ho mostrato:


Fallisce quindi il tentativo del bot di screditare la fonte (che peraltro era il Financial Times), e il fatto che ci abbia provato ci lascia intuire che quel dente, ai poteri cosiddetti forti, duole parecchio. I risultati di dicembre hanno dimostrato che la disoccupazione influisce sul voto. Se almeno si potesse evitare di parlarne, penseranno compatte le prime tre cariche dello Stato...

Passo ora da spiegarvi come ho ottenuto il mio, di grafico. Resta poi da vedere come il fenomeno descritto si è evoluto nel tempo, e resta da capire che significato attribuire ad analisi simili. Lo spunto alla base di esse è chiaro: l'insofferenza sempre più diffusa verso le metodologie ufficiali di calcolo del tasso di disoccupazione, ritenute inattendibili, insofferenza che si riflette in molti vostri commenti (in particolare questo e questo).

Vorrei chiarirvi che la mia analisi si basa su dati ufficiali e quindi non è assolutamente da leggere in chiave polemica verso l'ISTAT o l'Eurostat. Sì, sappiamo che la definizione di occupato adottata dall'ISTAT non è particolarmente stringente, in particolare perché si considera occupato chi abbia lavorato anche una sola ora nella settimana di riferimento:


(come specifica il glossario).

La rivelazione di questo criterio statistico (che peraltro nessuno aveva nascosto!) ha sollevato un certo clamore lo scorso anno, ma trovo che l'ISTAT abbia ragione: loro possono solo applicare i criteri uniformi a livello europeo (e sostanzialmente omogenei fra paesi OCSE) che l'Eurostat definisce e impone. Io, per dire, trovo più disturbing la definizione di disoccupato, che non è, come forse potreste immaginare, una persona in età attiva (16-65) non occupata, ma:

Quindi per essere disoccupati non essere occupati occorre (è necessario) ma non basta (non è sufficiente). Questo significa che un occupato che perde il lavoro potrebbe non diventare disoccupato: potrebbe anche scomparire dalle forze di lavoro, come vi chiarii a suo tempo. Ma il punto è che, se da una parte è ovvio che lavorare un'ora a settimana non assicura il soddisfacimento del diritto costituzionalmente garantito a un'esistenza "libera e dignitosa" (a meno che tu non sia una rockstar), d'altra parte qualsiasi criterio è arbitrario: la cosa importante è che i criteri siano stabili nel tempo e nello spazio, per poter analizzare la dinamica dei fenomeni e per poter fare confronti internazionali sensati.

Quindi lascerei da parte l'ISTAT, e chiamerei eventualmente in causa i media che non spiegano certi concetti, e i politici che profittano degli inevitabili paradossi delle statistiche per fare campagna elettorale.

Comunque, tornando al grafico: da quello che si poteva capire, gli autori avevano espresso tre categorie di persone (disoccupati, lavoratori inattivi desiderosi di lavorare, e lavoratori in part time contro la propria volontà) in percentuale della popolazione in età attiva (working age population).

Qui penso che ci sia un primo errore, perché in tutta evidenza le tre categorie sono state espresse in percentuale delle forze di lavoro o popolazione attiva. Se così non fosse, il dato sarebbe più basso. Considerando ad esempo l'Italia, secondo l'Eurostat nel 2016 la popolazione attiva era 25243.2 migliaia di persone, date dalla somma di 22241.1 occupati e 3002.1 disoccupati. Il rapporto fra disoccupati e popolazione attiva (forza di lavoro) ci restituisce un tasso di disoccupazione di 3002/25243=11.9%, che coincide con quello di cui abbiamo parlato e, a grandi linee, anche con quello che si vede nel grafico. Se invece rapportassimo i disoccupati alla popolazione in età lavorativa, che era, sempre nel 2016, di 38870 migliaia, otterremmo una percentuale di disoccupazione pari a 3002/38870=7.7%, lontana sia dalla disoccupazione ufficiale, che dal dato visibile nel primo grafico (dove la sbarra violetta della disoccupazione supera 10).

Appurato quindi che gli autori del grafico dicevano una cosa per l'altra, mi sono procurato intanto la serie al denominatore, le forze di lavoro o popolazione attiva, scaricandola qui. Nella stessa tavola ho trovato anche i disoccupati, e rapportandoli alla popolazione attiva ho ricalcolato i tassi di disoccupazione (unemployment nel grafico originale).

Poi c'erano da misurare gli "scoraggiati", ovvero la popolazione inattiva che non appartiene alle forze di lavoro perché:

1) non ha lavorato almeno un'ora nella settimana di riferimento (e quindi non è occupata);
2) non ha effettuato almeno un'azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane precedenti ecc. (e quindi non è occupata).

MA

desidererebbe lavorare (uno può essere inattivo anche perché è ricco di famiglia)! Questa è una cosa relativamente poco problematica, perché l'Eurostat fornisce i dati sulla popolazione inattiva classificata per età, sesso, e disponibilità a lavorare.

Poi c'erano da misurare i sottoccupati, cioè quelli gli involuntary part-time (quelli che lavorano meno ore di quanto desidererebbero). Qui la cosa è un po' più tricky, perché l'Eurostat fornisce i lavoratori in part-time "involontario" come percentuale del totale dei lavoratori part-time. Per ottenere il dato in migliaia ho quindi dovuto scaricare (o anche: "sò dovuto scaricà") i lavoratori part-time totali. Moltiplicando la percentuale di involontari per il totale dei part-time ho ottenuto le migliaia di lavoratori in part-time involontario (sottoccupati).

Cosa siano esattamente i seeking employment-not ILO unemploymed non lo so e non ho cercato di capirlo: verosimilmente un'altra categoria di scoraggiati, ma visto che erano pochi non ci ho perso tempo.

Questo è come ho costruito i dati. E ora andiamo a vederli un po' in dettaglio, anche se, considerando la mole di numeri scaricati (per tutti i paesi europei e circonvicini e per tutti gli anni dal 1999 al 2016) do per scontato che non riusciremo a vederli tutti ora.

Intanto, vi faccio vedere l'evoluzione nel tempo del tasso di disoccupazione corretto per scoraggiati e sottoccupati nei quattro grandi dell'Eurozona:


Noi siamo quelli gialli (come i nostri sindacati).

Nel 2004 c'è un forte balzo verso l'alto dovuto a una revisione nei criteri di calcolo degli scoraggiati. Con i nuovi criteri (cioè dal 2004), la nostra situazione sembrava fortemente compromessa già allora. Certo però che è seccante non poter fare confronti sensati con i dati antecedenti al 2004 (ricordate cosa dicevo sopra? Non importa quale sia il criterio, purché sia uniforme. Ma gli statistici "migliorano" sempre i loro criteri, che poi è un ottimo modo per intorbidare le acque...).

Faccio notare un altro dettaglio. La Francia sta meglio di noi, ma peggio della Germania, la cui situazione migliora stabilmente dal 2005 in poi, con l'entrata a regime del dumping salariale Hartz. Tuttavia, il peggioramento della disoccupazione "corretta" in Francia è molto persistente, più del nostro. Dopo la crisi, non solo la Spagna (dal 2013) ma perfino l'Italia (dal 2014) vedono una correzione (più lieve da noi). La Francia no.

Poi vi faccio vedere in che modo il tasso "corretto" è andato muovendosi da noi per effetto delle sue componenti:


Qui è evidente la rottura statistica nella serie degli scoraggiati (in arancione), ma c'è un altro fenomeno che è meno evidente: mentre disoccupati e scoraggiati (al netto dell'anomalia statistica) alla fine del campione sono più o meno gli stessi che all'inizio, i sottoccupati aumentano costantemente e alla fine sono quasi 8 punti percentuali di forza lavoro in più rispetto che all'inizio. Vi faccio vedere la situazione degli altri quattro "big" dell'Eurozona:




e in questa tabella vi fornisco la variazione della percentuale di disoccupati, scoraggiati e sottoccupati sulla forza lavoro, in tutto il periodo dell'euro, e nei due sottocampioni prima e dopo la crisi.


I due numeri più grandi sono l'aumento dei disoccupati in Spagna dopo la crisi (11.5) e quello dei sottoccupati in Italia su tutto il campione (7.9, di cui 5.5 dall'inizio della crisi: un aumento sostanzialmente identico a quello della disoccupazione, pari a 5.7).

Entrando un po' in dettaglio, va notato che prima della crisi la Germania aveva "fatto peggio" di tutti gli altri: la sua disoccupazione era scesa di solo -0.2, passando da 8.9 a 8.7, mentre la sua sottoccupazione era aumentata più che in tutti gli altri, passando da 2.3 a 5.2. La dinamica della sottoccupazione era sostanzialmente analoga a quella italiana, ma in Italia la disoccupazione era diminuita di -5.7 punti prima della crisi. In Spagna la disoccupazione era diminuita addirittura di -7.3 punti, e la sottoccupazione aumentata solo di 1.7.

La dinamica più sostenuta dei sottoccupati in Germania penso sia legata alle famose "riforme".

Dopo la crisi le cose cambiano: la disoccupazione "ufficiale" e la sottoccupazione diminuiscono solo in Germania: il tumore tedesco prospera solo in un'Europa malata (fino a quando questa morendo non si porta anche lui nella tomba). Gli scoraggiati aumentano più in Francia (+1.7) che in Italia (+0.2), dove però colpisce l'aumento piuttosto rilevante (+5.5) dei sottoccupati che abbiamo già evidenziato. Sono i contratti atipici, la flessibilità, come notava uno di voi commentando il post precedente: tutta roba che alla natalità non fa bene...

Se le statistiche non mentono, molti sottoccupati saranno qui.

Vi lascio discutere questi numeri con calma, visto che politici e giornalisti non pare siano intenzionati a farlo, o almeno non fino a quando saranno raggiunti dalla durezza del vivere.




(...a proposito: per evitare che questa raggiunga noi, vi ricordo di votare questo sito come miglior sito politico-d'opinione a MIA2017. Notate che dovete esprimere un voto in almeno altre nove categorie, per un totale di almeno dieci, affinché la vostra scheda sia considerata valida! Non è facile, ma si può fare...)

sabato 12 agosto 2017

La disoccupazione in teoria e in pratica

Seguendo Luigi Pecchioli (è un famoerpartitista ma è tanto una cara persona: invito a seguirlo...) sono capitato su questo grafico:


L'idea del grafico è quella di calcolare il tasso di disoccupazione tenendo conto non solo delle persone in cerca di occupazione (definizione piuttosto restrittiva, come sapete), ma anche di chi risulta inattivo perché non sta più cercando lavoro ma sarebbe disposto a lavorare, e di chi ha un lavoro part-time ma vorrebbe un lavoro a tempo pieno.

Tutti questi dati sono disponibili sul sito dell'Eurostat (appena posso vi dico dove).

La postilla del bot (o troll?) piddino di turno mi ha invogliato a rifare i conti.

Mi sono messo sul sito dell'Eurostat, e questo è quello che mi risulta (visto che c'ero, l'ho fatto per un numero di paesi più ampio):


I conti più o meno tornano: il paese più "stressato" resta l'Italia, anche se a me viene una cifra un po' più alta rispetto a quella che figura nel grafico riportato da Luigi (ma non sappiamo il suo grafico a che anno si riferisca: il mio al 2016). Vale la solita regola dei troll: quando mettono beceramente in dubbio un dato, vuol dire che le cose stanno ancora peggio di come sembravano...

L'ordinamento dei paesi, dal meno al più sfigato, più o meno coincide (nel mio il Portogallo sta peggio della Francia, e la Grecia meglio della Spagna, ma sono differenze minime e per il resto ci siamo quasi). Non so come il FT abbia calcolato il suo grafico, ma date le rilevanti analogie non credo che la metodologia sia molto diversa da quella che ho usato e che domani vi descrivo con calma (devo dormire, oggi sono montato a cavallo per la prima volta, e l'ho anche mandato al galoppo: molto appagante, mi dicono che sono dotato - sono solo uno che osserva bene quello che fanno gli altri, ascolta chi ne sa più di lui, e non ha troppa paura - ma ora voglio dormire).

Ovviamente, avendo io considerato un insieme di paesi più ampio, capita anche che mi risultino due popoli che "fanno meglio" (come dicono i gazzettieri) della Germania: i cechi (che ci vedono benissimo) e gli islandesi. No comment. Anzi: one comment: male come noi non è messo quasi nessuno.

Siccome ho fatto questo lavoro per tutti gli anni dal 1999 all'anno scorso, e per tutti i paesi riportati dall'Eurostat, domani, con calma, dopo avervi spiegato come ho trovato i dati e come li ho usati, vi faccio vedere come si sono sviluppati nel tempo questi indicatori, come sono "spacchettati" nelle tre componenti, come si sono mosse queste ultime, ecc.

Una anticipazione: la Repubblica Ceca sta messa così bene anche perché lì la percentuale di part-time involontario è irrisoria. Da noi quasi tutti i lavoratori part-time vorrebbero in realtà un full-time. Notate anche che non si entra nel tema del tipo di contratto (precario o a tempo indeterminato).

A Luigi, che è, appunto, un famoerpartitista (e non c'è naturalmente nulla di male, e lui sa che io lo stimo), penso di aver detto una volta per scherzo che se mi davano una disoccupazione al 30% come in Germania dopo l'austerità (quella di Brüning), il partito glielo facevo in un attimo.

Ho fatto male a dirglielo, perché in effetti siamo messi peggio.

Speriamo che se ne sia dimenticato: altrimenti, la sua sarà la tessera numero uno (ma il partito non si farà in un attimo: anzi, non si farà per niente).

mercoledì 9 agosto 2017

Euro forte, o dollaro debole?

Insomma, la storia sembra vada così: siamo entrati nell'euro perché era forte, non era debole come la liretta, e quindi ci avrebbe riparato dalle bufere, ma ora che l'euro si rafforza, ecco che l'orizzonte si intorbida e appaiono difficoltà (ex multis). Insomma: l'euro è quella valuta forte che però ti aiuterebbe se fosse debole!

Inauditi paradossi, o consueta faciloneria?

La risposta la sapete: è dentro di voi ed è giusta, e ora vi spiego perché. I ragionamenti come quello qua sopra sono totalmente eurocentrici, come eurocentrica è la costruzione dell'Unione Europea, basata sul presupposto che a noi "ariani" sarebbe riuscita una cosa che nel mondo nessuno aveva mai tentato (perché assurda): creare uno stato federale senza prima fare tabula rasa! L'eurocentrismo è oggettivo: tutti parlano di euro forte, senza capire che in realtà è il dollaro a essere debole. Se volete, è l'errore uguale e contrario a quello di chi straparlava di liretta debole, senza in realtà capire che era il marco a essere forte (come abbiamo discusso ampiamente qui). Mi sembra sufficientemente ovvio che il rapporto di cambio fra un paese economicamente e politicamente forte e uno economicamente e politicamente debole sia guidato da quanto accade nel paese forte. Ora, così come la Germania era più forte dell'Italia (affermazione da qualificare, ma non mi attardo), oggi gli Stati Uniti sono decisamente più forti della loro creatura, l'Unione Europea. Quindi, quello che accade al cambio fra euro e dollaro ci conviene leggerlo sub specie dollari, piuttosto che sub specie euri.

Per darvi una facile dimostrazione, vi riporto, traendoli da questa fonte (alla quale vi prego di inoltrare reclami se la notazione non vi soddisfa), i tassi di cambio giornalieri col dollaro di euro e sterlina: sì, della sterlinuccia, che è deboluccia, porella, a causa della Brexit, mentre l'eurone è tanto forte perché l'unione fa la forza. Eccoli qui:


Il cambio della sterlina si capisce subito qual è: è quello arancione, che cade a picco in occasione della Brexit, in virtù di quel riallineamento necessario all'economia inglese, e che non ha prodotto particolare inflazione, ma anzi una discreta crescita. Noi siamo quelli in blu.

Vi faccio notare che, astraendo dal riallineamento in seguito alla Brexit, i due tassi di cambio si muovono sostanzialmente insieme. In particolare, a far data dal giuramento di Trump (il 20 gennaio), il loro tasso di correlazione è pari a 0.843. Considerando che la correlazione è compresa fra zero e uno (in valore assoluto), direi che non c'è proprio male per due valute che nel raconto dei media dovrebbero essere così diverse! Il fatto è che sterlina e euro si muovono insieme (al rialzo) perché quello che le muove (scendendo) è il dollaro, che ha i suoi motivi economici e geopolitici per scendere.

Quindi, quando vi parlano di euro forte, ascoltate con un sorriso di circostanza, e ricordatevi sempre, però, che è il dollaro a essere debole (esattamente come quando vi parano di liretta dovreste fare un sorriso di circostanza, e ricordarvi del marcone, che schiacciava sia la liretta, che la sterlinuccia, che il franchino, ecc.).

E la morale della favola qual è?

Che noi, come Italia, sugli equilibri dei mercati valutari non influivamo più di tanto né prima, né ora, ma almeno prima avevamo una valuta prezzata in modo confacente alla nostra economia, e i risultati si vedevano. Aggiungo che noi, come eurozona, siamo comunque in balia dei mercati valutari quanto e più di quanto lo fossimo prima come Italia, perché se prima lo shock causato da un indebolimento del dollaro veniva assorbito in modo diverso dalle diverse economie europee, ora dobbiamo assorbirlo tutte allo stesso modo, il che amplifica la disfunzionale dinamica dell'euro: quella di essere una valuta debole coi forti, e forte coi deboli.

Che poi è esattamente quello che ci si può attendere da una valuta tedesca...

Marcinelle

Aprire questo blog è stato un grido di disperazione: come vi ho detto mille e una volta, nonostante schierarsi contro il cosiddetto mainstream fosse indubbiamente un atto di coraggio (che solo i membri della mia professione possono apprezzare), devo onestamente ammettere che di coraggio, cioè di consapevole sfida a un nemico le cui forze erano e sono preponderanti, all'epoca ci fu molto poco, per il semplice motivo che ritenevo che il mio grido sarebbe caduto nel vuoto (dove, come credo sappiate, le onde sonore non si propagano).

Invece non è stato così, e allora ho continuato.

Le motivazioni sono state tante, ma forse quella preponderante è stata l'amore per il mio paese e i suoi abitanti (compresi quelli che ancora non capiscono e forse non capiranno mai), la consapevolezza di quale disastro sarebbe per l'umanità tutta non preservarne la diversità, che poi significa i pregi e i difetti (di questi ultimi, chi non ne ha?), e quindi, in definitiva, una sorta di illuministico amore, di fiducia nell'umanità, che poi è fiducia nella natura sociale dell'uomo: una caratteristica che a me pare biologica, etologica, prima di farsi antropologica, politica. Insomma, l'idea assolutamente ingenua (e che come tale sottopongo alle vostre critiche) che in un ipotetico "stato di natura" (diciamo, al tempo degli australopitechi, per capirci...), quella di riunirsi in gruppi fosse una strategia evoluzionistica superiore, e che questo dato si sia stratificato nei millenni, facendo dell'uomo quell'animale sociale e socievole che mediamente è. Ci sono ovviamente aberrazioni, ma Jeffrey Dahmer nella nostra razza (Homo Sapiens Sapiens) è ancora l'eccezione, mentre in altre razze (ad esempio: Mantis Religiosa) è la regola.

Anni di dibattito mi hanno usurato, è chiaro: sarebbe successo a chiunque. Ma a questa fiducia, pur sapendo quanto ingenua essa sia, e quanto contrasti con un'altra mia certezza (quella, marxista e keynesiana, che i rapporti economici non si compongono spontaneamente per l'agire delle forze "naturale" del mercato, e che quindi il riconoscimento dei propri diritti prevede necessariamente una lotta per la loro affermazione), a questa fiducia, dicevo, non voglio rinunciare.

Insomma: convivrei difficilmente con l'idea di star scrivendo (solo) a delle bestie.

L'usura però c'è.

Mi ha portato a formulare la prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate. Per questo, quando al bar, o su Twitter, incontro una persona che la spara troppo grossa, normalmente cerco di fornire un dato fattuale, ma se non c'è risposta, al bar passo ad altro, e su Twitter blocco. Non posso diventare piazzista porta a porta della verità statistica (peraltro, essendo del mestiere, ho io stesso alcune riserve su tali verità): convincere chi non vuole essere convinto non sarà cannibalismo, ma è comunque una forma di violenza. Io so che alla fine molti di quelli che oggi ragliano argomenti insulsi verranno dalla mia parte. Ma non voglio essere io a portarceli: deve essere la crisi, che ha argomenti più convincenti dei miei, e che, come Keynes ci ha insegnato, sale come la cancrena verso le categorie più privilegiate, o meno esposte, non lasciando nessuno immune.

Certo: anche questa è una sconfitta, per chi ha dedicato la propria vita all'insegnamento, ed è soprattutto una tattica pericolosa. Costringere a capire dopo con la pancia (vuota) chi già ha dimostrato di non essere una cima, perché non ha capito prima con la testa (parimenti vuota), espone al grossissimo rischio di inversioni a U: non ho evidenza storica, perché credo che non ci sia, ma sospetto che tanti pogrom siano stati scatenati da ex anime belle. Forse un modo per accertarlo potrebbe essere studiare il ruolo delle classi medie (della borghesia), quelle dove le anime belle usualmente allignano, nell'affermazione dei regimi totalitari. Credo che almeno per il XX secolo su questo tema ci sia evidenza, e sono sicuro che me la darete.

Against this backdrop, vi propongo un case study da manuale (perdonate l'inglese, ma questo è un post tecnico)!

Sapete dell'accostamento che alcune cariche dello Stato hanno fatto fra la tragedia di Marcinelle (che ci vide emigranti) e la tragedia del traffico di esseri umani (che per noi sono immigranti), e delle polemiche che essa ha scatenato. Trovo questo accostamento improprio, in primo luogo per le sue finalità comunicative, che in tutta evidenza sono quelle, sempre perseguite dal potere, di colpevolizzare le vittime dell'oppressione (e le prime vittime dei nostri governi siamo noi), e di soffocare il dibattito addossando alle voci critiche accuse infamanti: razzismo, disumanità, ignoranza.

Ma al di là di questa evidente strategia, che poi è il duale di un'altra evidente strategia (quella che porta il potere che si vuole dipingere come "umanitario" a soffocare il dissenso sui social), l'accostamento è fattualmente improprio per un motivo che ieri ho evidenziato su Twitter in risposta a una vignetta di Krancic. Io sono un economista, quindi, perdonatemi, ma penso di fare una cosa utile per il dibattito se ci porto il mio pezzo di verità: il dato economico. Peraltro, per tanti motivi (avete presente Marx? Era un teologo? Un fontaniere? Un medico chirurgo? O un economista? Tale lo considerano perfino i suoi avversari liberisti!...) una persona di sinistra, che quindi combatte le ingiustizie e la disuguaglianza, non dovrebbe mai prescindere dal dato strutturale economico, esattamente come non ne prescindeva George Marchais negli anni '80, tanto per dire (e potrei farei molti altri esempi), anche se magari per trarne conclusioni diverse (argomentando, però, in termini coerenti).

Oggi, invece, la reazione di persone che si credono progressiste è questa:



(mi affretto a segnalarvi che ovviamente questa persona è solo omonima del mio collega Roncaglia: si tratta di un ingegnere - guarda caso - che si autodefinisce "mendicante di cielo").

Uno strano miscuglio di rifiuto di confrontarsi coi dati fattuali, e di benaltrismo.

Il benaltrismo sta nello spostare il discorso dal tema dell'eccesso di offerta di lavoro (altresì noto come disoccupazione), a quello dello sfruttamento. Spostamento, peraltro, molto più apparente che reale: per motivi ovvi a noi mendicanti di verità, lo sfruttamento prospera proprio sulla disoccupazione, e non c'è alcuna evidenza che aumentando il numero dei disoccupati lo sfruttamento cali. Abbiamo invece diverse evidenze che al crescere della disoccupazione lo sfruttamento aumenti: il dato macroscopico è l'approvazione del Jobs Act, resa possibile, fra l'altro, dall'indebolimento delle controparti sindacali che abitualmente si associa a un aumento della disoccupazione (ci sarà pure un motivo se il capitale preferisce che una certa disoccupazione persista, come strumento di disciplina dei lavoratori! Lo troviamo scritto nei manuali del terzo anno di economia...), ma ci sono anche dati aneddotici piuttosto significativi, come la simpatica vicenda degli immigrati docili e senza pretese.

Quindi, sinceramente non capisco l'ultima obiezione del mio gentile interlocutore: le condizioni alle quali oggi certe persone sono costrette per lavorare non miglioreranno se non ci confrontiamo serenamente e scientificamente con il diritto ad immigrare (diritto che nessuna carta fondamentale dei diritti umani ha mai riconosciuto: dettaglio che alle anime belle sfugge, perché abitualmente appartengono a ceti tutelati).

A questo punto, forse, capisco il rifiuto di confrontarsi col dato.

In una prospettiva di tutela del lavoro (che poi è quella dell'articolo 1 della nostra Costituzione), ma perfino in una prospettiva radicalmente diversa, quella neoclassica "da manuale" dell'efficiente allocazione delle risorse (che sappiamo essere in realtà la base ideologica per lo sfruttamento delle risorse: ma lasciamo stare, e prendiamo l'ipocrisia liberista al suo valore facciale) non è indifferente determinare se ci si muove verso un paese dove il lavoro c'è o non c'è!

E così, chiudo fornendovi un dato, il dato della disoccupazione in Belgio e in Italia al tempo di Marcinelle (1954), quel dato che il dottor Roncaglia vuole ignorare.

Nel 1954, secondo l'Onem (Office national de l'emploi) la disoccupazione in Belgio era all'1.2%. Voi direte: bè, ma c'era il miracolo economico, sarà stata bassissima anche in Italia. Invece no, non proprio. Nel 1954, secondo la Banca d'Italia, in Italia la disoccupazione era all'8.8%.

Stiamo confrontando (più esattamente: le più importanti cariche del nostro Stato hanno confrontato) una immigrazione selettiva e controllata in un paese in condizioni di piena occupazione, con una immigrazione indiscriminata e incontrollata in un paese in cui la disoccupazione è dieci volte tanto (siamo pur sempre in un intorno del 12% - gli ultimi dati ufficiali riportano un 11.1%, ma sapete che questi dati suscitano crescenti perplessità, riferite in particolare alla definizione di occupato: vedi, appunto, alla voce precariato e sfruttamento).

La mia fiducia nell'uomo mi porterebbe a credere che il Roncaglia, esposto a questi dati, rifletterebbe, argomenterebbe. Ma lo svolgimento della sua argomentazione, e l'esperienza di anni di dibattito, mi fanno concludere che non è così. Siamo ora felicemente bloccati su Twitter, ognuno a casa sua. Non è una gran perdita: a casa mia la dispensa è rifornita di dati. A casa sua di buone intenzioni. Quale ne sia l'impiego, delle buone intenzioni, è noto, e non si può che provare pietas per chi se ne arma rifiutando il contatto col dato. Non è cattiveria: chi rimuove la realtà lo fa spesso con le migliori buone intenzioni. Quindi, solidarietà, rispetto, compassione (in senso etimologico, di "simpatia"): insomma, quel complesso di sentimenti umani positivi che la parola pietas (che non significa pietà) riassume. Ma anche estrema e radicale consapevolezza del fatto che chi agisce ignorando i dati, prima o poi coi dati dovrà scontrarsi, perché come diceva uno di sinistra i dati hanno la testa dura.

La crisi arriverà anche da lui: non lo auguro (in particolare, non a lui). Lo temo, perché da chi rifiuta di ragionare su basi razionali e documentate sinceramente non so cosa aspettarmi, e non voglio nemmeno immaginarlo.

Spero che questi dati possano esservi utili, e ve li consegno per le vostre riflessioni.

martedì 8 agosto 2017

L'inspiegabile (!) comportamento del dollaro

Mi scrive un indignato Charlie Brown citandomi un commento del FT:


Eh, insomma, al FT questa deriva del dollaro proprio non se la spiegano. Non riescono proprio a spiegarsi perché il dollaro sia sceso. Chissà, forse potrebbe entrarci il fatto che il Fmi continua a ripeterci che il dollaro è sopravvalutato. Lo aveva detto nel 2016 e ne parlammo a più riprese, l'ultima volta qui. Lo ha ripetuto poco più di un mese fa, confermando una sopravvalutazione del 15% (simmetrica alla sottovalutazione del 15% dell'euro per la Germania). Quindi, uno dovrebbe chiedersi: ma perché mai al FT si stupiscono del fatto che una valuta troppo forte tenda a tornare verso l'equilibrio, a chiudere cioè quello che il Fmi chiama REER gap (scarto fra il tasso di cambio effettivo reale e il suo valore di equilibrio)?

Ma, chissà...

Forse perché non è mai successo? Magari, capita che quando una valuta è sopravvalutata, si rafforzi ancora di più, negando la rilevanza del concettodi equilibrio, e della stessa scienza economica?

Oppure, chissà, magari capita che quando arriva un presidente repubblicano, "libbberista così!", pro market, business friendly, l'economia si ringalluzzisca e quindi (quindi?) il tasso di cambio si rafforzi.

Certo: se le cose funzionassero così, cioè se quando arriva un presidente repubblicano il cambio si rafforzasse, in questo caso i dubbi del FT sarebbero leciti (e i suoi giornalisti sarebbero attendibili).

La storia, che insegna ma non ha allievi, cosa ci racconta?

Ci racconta questo:



In nero avete l'indice del tasso di cambio effettivo reale (narrow definition, fonte BIS), e ho ombreggiato i periodi nei quali gli Stati Uniti hanno avuto un presidente repubblicano. Parto dal Ferragosto del 1971, quello in cui Nixon tirò il pacco che sapete, dichiarando l'inconvertibilità del dollaro. Prima i cambi nominali erano aggiustabili ma fissi (quelli reali ovviamente no, come dovreste sapere e se non sapete chiedete...), quindi le dinamiche erano un po' diverse. Con un'unica eccezione (il primo mandato di Reagan), ogni volta che un repubblicano si è affacciato a governare, il cambio si è indebolito.

Questa regolarità è statisticamente significativa, nonostante, evidentemente, non funzioni per il nostro amico Ronnie (che forse l'economia tanto bene non la sapeva...). Per verificare quanto sia forte, creiamo una variabile che vale uno quando il presidente è repubblicano, e zero in caso contrario (cioè quando è democratico), e vediamo in che relazione è con il tasso di variazione del cambio effettivo reale. La relazione è questa (astenersi non nerd):


Insomma: avere un presidente repubblicano nuoce gravemente al cambio, che perde in media lo 0.25% al mese (è il coefficiente -0.0025 della variabile REP), e la probabilità che questo accada "per caso" è inferiore al 5% (è del 4.84%: sarebbe il famigerato p-value del quale qualcuno ha parlato nei post precedenti e che trovate nella colonna Prob. del tabulato). Inutile dire che questa regressione ha molti limiti: spiega pochissima varianza della variabile dipendente, ha residui potenzialmente autocorrelati, il coefficiente è significativo per il rotto della cuffia, ecc. Non prendetela troppo sul serio.

Ma il grafico è abbastanza eloquente.

Ora uno potrebbe chiedersi: ma perché quando i repubblicani arrivano il cambio si indebolisce? Bè, di un paio di casi abbiamo parlato: il Nixon moment, ad esempio, o gli accordi del Plaza. Ci sarebbe da discuterne.

Ma la vera domanda, per me, è un'altra: come mai i giornalisti del FT si stupiscono tanto di una cosa che il Fmi annuncia da due anni, e che, come i dati dimostrano, regolarmente accade quando la barra la prende un repubblicano? Ecco, questo, veramente, mi lascia sconcertato. Certo, loro non sono in conflitto di interessi. A loro il sistema attuale non piace, e quindi non hanno paura che un rafforzamento dell'euro mandi l'eurozona in cocci, giusto? Perché se invece le cose andassero al contrario, se a loro il sistema piacesse, forse allora si capirebbe perché hanno proposto ai loro lettori una chiave di lettura dei fatti diversa da quella proposta qui fin da ottobre, e (quindi) lievemente distorta!

Come dite?

A loro il sistema piace?

Bè, in questo caso mi dispiace per loro! Con buona pace di quelli che "il cambio non conta", è bastato un piccolo rafforzamento dell'euro per mettere in difficoltà le esportazioni tedesche. Oh, sì, se a loro va male, a noi starà già andando peggio, ed è per questo che il potere fomenta la guerra fra poveri (e quanti di voi ci cascano...).

Ma il "male" loro temo che sia meno sostenibile politicamente del "peggio" nostro.

Staremo a vedere.

domenica 6 agosto 2017

Euclide, Ronchi, e Lascienza (post ad personam)

(...Enrico Nardelli freundlich gewidmet...)

(...home, sweet home... Rockapasso telefona: "I due posti più belli che ho visto in vita mia: Pianosa e Capraia!" Uga, da Capraia, non voleva proprio andarsene: è la prima volta che la vedo esprimere una preferenza, lei così riservata - si sarà innamorata del marinaio? Naturalmente, seguaci ovunque: anche lì... Comunque, due isole, due idee del mio nipotastro toscano, quello che coi cugini parla in romanesco per prenderli per il culo... Ma è anche bello tornare a casa, dai propri libri - more on this later. La nuova sede di a/simmetrie è quasi operativa: domani installano la caldaia, di cui per ora non si sente il bisogno, e poi c'è qualche piccolo problema con gli infissi: del tutto fisiologico, quando si lavori in una città che deve la propria reputazione internazionale a un manufatto che ha fatto della mancanza di infissi una cifra stilistica inconfondibile. Per settembre sarà tutto risolto e vi inviterò - virtualmente - all'inaugurazione. Abbattiamo i muri, aboliamo i confini... ma almeno la porta del cesso occorre che si chiuda!

O no?

Oggi, comunque, proseguiamo il nostro discours de la méthode...)


Il dibattito sul metodo scientifico avviato dai post precedenti ha appassionato molti di voi, il che mi rallegra, anche se pochi mi pare ne abbiano ancora colto il messaggio fondamentale, il che non mi stupisce né mi preoccupa: abbiamo molto tempo da passare insieme, quello che ora non si vede, col tempo vi sembrerà di averlo sempre saputo. Non credo, d'altra parte, che comprereste una Settimana Enigmistica coi cruciverba compilati: non vi servirebbe né a passare il tempo, né a esercitare la memoria o l'ingegno. Allo stesso modo, penso che sia più costruttivo per voi e per me che siate voi a seguire un vostro percorso, stimolati dalle mie riflessioni, piuttosto che ricevere da me un nuovo slogan da appiccicarvi in testa, così come prima vi siete appiccicati quelli "proeuro", e poi, ahimè, in alcuni, controproducenti casi, quelli "noeuro".

I problemi di metodo non si risolvono con gli slogan.

Questo blog nasce certo da un empito di sdegno e di passione civile, seguito all'acquisto di una consapevolezza che mi mancava (non avendo io avuto il funzionalismo nei miei programmi di studi): quella che la crisi della moneta unica, che tanti lutti aveva fatto e sta facendo, era stata prevista e implementata come deliberata strategia di integrazione politica. Ma nasce anche, e forse soprattutto, dal desiderio di riscattare la scienza dal discredito in cui l'aveva gettata la sua cugina puttana, Lascienza. Uno snodo essenziale di questo riscatto è stato rivendicare per l'economia lo status di scienza, in diretta opposizione al mantra "l'economia non è una scienza", messo in circolo, paradossalmente, proprio dagli esponenti di quel "pensiero" liberista il cui principale contributo metodologico è stato la matematizzazione della disciplina. Ho cercato cioè di evidenziare come gli stessi che avevano tentato, con le motivazioni e i paradossi esposti tanto bene da Keynes, di trasformare in scienza naturale una scienza umana, venissero ora a dichiararne il fallimento per sottrarsi alle proprie responsabilità scientifiche, etiche e politiche.

Attraverso i mesi e gli anni vi ho mostrato, "unendo i puntini", che una serie di evidenze variamente propostevi dai media come epifenomeni di cause disparate e sconnesse (acoruzzzzione, aglobalizzazzzione, ecc.), potevano comporsi in un quadro ordinato, coerente e razionale, cioè in un discorso, appunto, scientifico. In parallelo, ho cercato, nella misura del possibile, di farvi intuire quanto fosse ingenua e in buona sostanza fuorviante la distinzione fra scienze "umane" (o "sociali") e scienze "dure". A un certo livello di consapevolezza, questa distinzione svanisce: ci si confronta con i limiti delle proprie certezze, e il dibattito si apre. Ad alcuni secoli dalla famosa (e probabilmente fake) mela di Newton, ognuno di noi è perfettamente convinto di sapere cosa sia la forza di gravità. Fa eccezione quella decina di persone che la studiano sul serio (qualcuno sarà anche qui), e che invece continuano a porsi domande.

Sarebbe opportuno che la consapevolezza che ogni scienza è "umana", che nessuna scienza è "dura", e che tutte le scienze sono un processo, non un traguardo, si diffondesse anche agli strati meno "abbienti" in termini di bagaglio tecnico (sì, vi ho detto minus habens...).

Tralascio il fatto che questo blog si apre con una previsione (scientifica) che si è poi dimostrata drammaticamente valida: i salvataggi di Monti non ci avrebbero salvato, perché davano la risposta giusta alla domanda sbagliata, e così facendo avrebbero mandato in crisi le nostre banche. Previsione azzeccata, come tante altre fatte in questo blog punteggiato di QED: ma non vorrei qui aprire il dibattito epistemologico sul valore predittivo della scienza (al quale ha contribuito un nostro caro amico). Nonostante colpiscano molto l'immaginazione degli ignari, una o più previsioni azzeccate, di per sé, non fanno "scienza", per il semplice motivo che potrebbero essere banali colpi di fortuna. Ci sarebbe quella storia della replicabilità dell'esperimento. Ma abbiamo visto che non si applica a tutte le scienze, e che anche dove si applicherebbe quasi mai questo requisito viene assicurato. Ha ragione Dominick Salvatore quando ripete che Nouriel Roubini ha usurpato la propria fama di profeta di sventura. Quando le cose vanno bene si fa presto a dire che prima o poi andranno male. Questa non è scienza. La scienza comincia quando spieghi perché! Se vi leggete il Roubini pre-Lehman, troverete un simpatico collega tutto debitopubblico e distintivo. La crisi è arrivata, ma da un'altra parte. Roubini ha avuto fortuna, e parte della sua fortuna è stata fare un discorso che il suo pubblico capiva: Stato nemico, debitopubblico brutto, repubblicani cattivi, ecc.

Diciamo quindi che è scienza accettare la sfida posta da un dato apparentemente anomalo (nella visione del mondo corrente), per inserirlo in una nuova, e più economica (nel senso di concisa, elegante), visione del mondo.

Quando si fa questa operazione si fa scienza, e per farla non c'è bisogno di alambicchi o di telescopi. La si può fare anche senza formule, e anche (e soprattutto) nel contesto di una scienza "umana" o "sociale".

"Siamo in una crisi di debito pubblico!" "Ma perché nei paesi che sono più in crisi il debito pubblico è diminuito, è andato indietro?" Ecco: nel modello tolemaico-gianniniano questa resta una anomalia, e per spiegarla il nostro, poverino, deve arrampicarsi sugli specchi (o semplicemente occultare il dato alla canea dei suoi tifosi). Nel nostro modello, invece, la retrogradazione del debito pubblico si inserisce in modo perfettamente coerente, come vi ho mostrato in prosa più o meno d'arte.

Anche le scienze dure hanno le loro retrogradazioni inspiegabili!

Quando Bruno in un post precedente parla di emicicli, che poi sarebbero gli epicicli, ci dice una mezza verità (scusa, Bruno: qui il maschio alfa sono io e purtroppo ogni tanto mi tocca marcare il territorio). In effetti, il sistema copernicano risolveva un problema macroscopico, quello della retrogradazione dell'orbita dei pianeti (che era stato all'origine dell'introduzione di epicicli e deferenti): in un sistema eliostazionario questo diventava un non problema. Tuttavia, per motivi credo ideologici, Copernico ipotizzava che le orbite fossero circolari (c'è di mezzo un po' di Platone, l'idea della sfera come solido perfetto, ecc.) e che la velocità angolare dei pianeti fosse uniforme. Si trovava così con un modello più bello, ma che conservava delle anomalie: ad esempio, riferite alle dimensioni apparenti dei pianeti, e anche alla loro posizione. Invece di fare un passo avanti (che poi avrebbe fatto Keplero - Bruno saprebbe dirvi che lo fece immaginando che le orbite fossero ellittiche, e la velocità angolare dei pianeti non fosse costante), fece un passo indietro aggiungendo epicicli...

Quanto è tortuoso il cammino della scienza...

Puoi mandarla avanti, ed essere un genio (e ricordato come tale), anche prendendo il peggio della teoria che hai cercato di superare, quando in fondo basterebbe applicare, come quasi sempre basta, il rasoio di Occam. Insomma: vorrei dirvi che le cose non sono semplici, e regalarvi la facile previsione che un giorno vi vergognerete delle verità assolute che andando ragliando in utroque nel contesto di certi dibattiti troppo accesi. Anni di divulgazione sono passati su molti di voi come gocce di rugiada su una lastra di granito: il loro senso ancora non vi è chiaro, ma lo diventerà.

E qui vengo alla parte ad personam.

Un altro elemento che falsa completamente il nostro rapporto con la scienza (e più in generale con l'uomo) è la nostra incapacità di porci in prospettiva storica. Molto semplicemente, noi (come singoli, e come umanità) per definizione sappiamo quello che sappiamo, e quindi (come singoli e come umanità) non abbiamo né possiamo avere idea di quanto ci sia ancora da sapere, cioè, banalmente, non sappiamo quanto (ancora) non sappiamo. Questo dato lapalissiano ci induce inesorabilmente a vedere la scienza come una storia di successi, di superamenti, sia pure con qualche ghirigoro (vedi gli epicicli di Copernico), degli "errori" degli antichi, "errori" che, una volta superati, non si ripeteranno più. Un'illusione ottica alla quale sottrarsi è difficile, anche perché è molto rassicurante. Ci sentiamo membri di una nuova umanità, che non si lascerà attirare in certe trappole, e quindi, come singoli, sentiamo di poterci tranquillamente affidare alla scienza, perché, pur consapevoli delle eventuali trappole tese da Lascienza (20 con la bocca, 50 con la pirreviù), sappiamo di sapere che la ricerca "pura" (?) ha acquisito una coerenza e una consistenza metodologica che la rende ormai immune da errori non venali (insomma: gli scienziati sbaglierebbero solo se pagati per farlo, cioè solo se Gliscienziati).

Questa visione "rettilinea" e naturalistica della ricerca scientifica si traduce nella convinzione metascientifica che Euclide o Parmenide fossero sì degli scienziati, ma comunque un po' meno scienziati di noi, che Aristotele fosse sì un genio, ma comunque meno genio di Gauss, che poi è come dire che Monteverdi fosse sì un musicista, ma meno musicista di Stravinskij (e Caravaggio un pittore meno pittore di Kandinskij - per preservare la rima in "inskij"...), e questo perché non c'erano ancora stati Galileo e Newton (per semplificare).

Soccorre in questo fuorviante equivoco un'altra idea, ugualmente farlocca: quella che noi si sia alla fine di un percorso, dove, sì, ci sono dettagli da sistemare, ma sostanzialmente quello che c'era da sapere l'abbiamo saputo, e il resto è roba per specialisti. L'equivoco, per carità, è naturale: noi della storia vediamo la nostra metà, quella che da meno infinito arriva a noi, e non vediamo l'altra metà, quella che parte da noi verso l'infinito (e oltre). Insomma (o inZomma): la rivoluzione copernicana c'è stata, la mela è caduta dall'albero, Galileo ha appreso da papà (che aveva appreso da Pitagora) che il cosmo è retto dal numero, festa finita, noi abbiamo ragione, gli altri avevano torto, meno male che ce ne siamo accorti, possiamo chiuderla qui.

Le cose, però, non stanno esattamente così.

Prendiamo ad esempio la luce. Se io dovessi spiegarvi cos'è, avrei grosse difficoltà (posso intuire che in qualche modo dipendano dal fatto che tecnicamente mi trovo a disagio con le equazioni di Maxwell: quindi, non solo so di non sapere, ma so anche perché non so, mentre temo che qui molti ingengngnieri in ascolto sappiano di sapere, e qualche fisico si vedrà costretto al pio ufficio di prenderli a badilate sui denti...). Tuttavia, che mondo sarebbe senza luce? Fiat lux! La luce è la condizione necessaria perché il cosmo esista, cioè perché noi lo percepiamo... eppure molti di noi non saprebbero descriverne la natura fisica, e questo, in fondo, non è assolutamente un problema: a differenza dell'economia (e della nutrizione) è piuttosto difficile che l'ottica si occupi di te se tu non ti occupi di lei, a meno che tu non entri nella galleria degli specchi di un luna park.

Stiamo parlando di scienze dure (fisica): cosa c'è di più lontano dai dibattiti ideologici?

Eppure, nella discussione a un post precedente, uno di voi ricordava come anche oggi, in cosmologia ci sia dibattito. Medicina, astrofisica, chimica, filologia classica, informatica, biologia, tutte queste discipline, tutte le discipline, hanno i loro keynesiani e i loro monetaristi, ce li hanno da sempre, e sempre ce li avranno.

Un buon modo per avvicinarsi ai problemi del metodo scientifico (e quindi per darsi una solenne calmata, e per riconoscere un cialtrone quando lo si incontra - operazioni che entrambe possono salvarti la vita!) è leggere dei buoni testi di storia della scienza. Uno al quale devo molto (e non so chi mi ci abbia fatto arrivare) è la Storia della luce da Euclide a Einstein di Vasco Ronchi. Già il titolo (come non apprezzai quando lessi il libro per la prima volta) è una lezione di metodo. Non "Storia dell'ottica" (cioè della scienza che studia la luce), ma "Storia della luce", a ricordarci che tutti i fenomeni sono in quanto noi ce li rappresentiamo, e che questa rappresentazione ha una dimensione storica (e quindi sociale) inestirpabile. Ogni verità tecnica è comunque storicamente e socialmente condizionata. Non solo le verità tecniche del tecnico Monti che voleva curare una crisi di debito privato abbattendo il debito pubblico.

Proprio all'inizio del libro troviamo espresso, meglio di come ve l'ho espresso io, un concetto fondamentale, che deve suonare per ognuno di voi come un campanello di allarme. Parlando delle ricerche in ambito ottico dei greci, Ronchi commenta:

"La messe di lavoro in questo senso è veramente degna della massima considerazione. Dal seicento in poi si è tentato di gettarvi sopra del discredito; devesi però riconoscere che i critici non erano troppo sereni, forse perché abbagliati dai momentanei successi della nuova "filosofia naturale". Con questo non si vuole affermare che tutte le idee dei filosofi greci siano inattaccabili; ma è un fatto che molto di ciò che è giunto ai giorni nostri regge alla critica più serrata, purché serena e spregiudicata; anzi merita la qualifica di frutto di ragionamenti condotti a stretto fil di logica, e non solo con molto buon senso, ma anche con acume." (p. 4 dell'edizione Biblioteca Universale Laterza del 1983).

Sì, Ronchi vi sta dicendo che Newton non era "più scienziato" di Aristotele, e quindi, implicitamente, che sarebbe un errore per noi, sentirci "più scienziati" di Newton (o più poeti di Omero)...

Ma la frase che più mi è rimasta impressa del libro rinvia a un dibattito molto vecchio.

Vi dicevo, keynesiani e monetaristi ovunque...

Ecco: anche all'inizio della storia della luce troviamo scuole che si combattono da prospettive opposte. La linea di attacco, al tempo dei primi filosofi, era spiegare il meccanismo della visione: "il solo effetto conosciuto della luce era la visione ed era quindi naturale che lo studio cominciasse di qui" (p. 5). Il problema era appunto collegare l'occhio alla cosa vista, e su questo si affrontavano ben quattro scuole di pensiero: i pitagorici sostenevano che la visione fosse dovuta a un effluvio che dall'occhio "colpiva" l'oggetto; Democrito, per ovvi motivi, pensava invece che le cose andassero al contrario, cioè che gli occhi fossero colpiti da atomi che si staccavano dagli oggetti (letto Lucrezio? Sarebbero i simulacri del quarto libro); Empedocle che doveva fare? Mediava, ritenendo che coesistessero entrambi i flussi; e Aristotele, invece, pensava che la visione fosse dovuta a un'alterazione del mezzo interposto fra occhio e oggetto.

Proprio come oggi, furono le teorie estreme a prevalere: Pitagora e Democrito, per capirci. E qui arriviamo a Euclide, quello dell'Ottica e della Catottrica, e degli Elementi, allievo di Platone e quindi pitagorico dentro. La sua Ottica e la sua Catottrica seguono un'impostazione assiomatico-deduttiva, come ci ricordava con parole sue Enrico. Si parte da un insieme di proposizioni non dimostrate, e se ne esplorano le conseguenze seguendo le leggi della logica. Ad esempio, il primo postulato recita: "I raggi emessi dall'occhio procedono per via diritta". Intuizione geniale, che pone le basi dell'ottica matematica, eccetera eccetera.

Ma c'è un'anomalia: il miglior amico dell'economista: lo specchio.

"Venendo a parlare della riflessione (Ndr: Catottrica), l'autore dimentica tranquillamente che il primo postulato dell'Ottica obbligava i raggi emessi dall'occhio a procedere in linea retta, e non dà nessuna delucidazione del perché un'eccezione dev'essere fatta quando essi arrivano sopra uno specchio" (p. 21)

E ora, molta attenzione (soprattutto Enrico):


(p. 22, emphasis added).

Devo aggiungere altro?

Vi ricordate il nostro amico Mark, come passava sopra agli studi che collegavano l'assunzione di saccarosio al livello di trigliceridi? Ecco: siamo lì, con la differenza (non trascurabile) che forse Euclide "passava sopra" gratis.

E vi ricordate lo studio di Nature sul fallimento (della replicabilità degli esperimenti nell'ambito) delle scienze "dure"? (ne abbiamo parlato qui). Qual è la prima causa che la comunità scientifica individua per questo fallimento? Selective reporting, cioè "passare sopra" (in silenzio) a quanto non quadra con la propria visione del mondo.

Potrei farvi molti esempi tratti dal mio ambito disciplinare, e ve li farò, ma vorrei sottolineare un punto: quando Ronchi parla di un "metodo che non è proprio della sola antichità", mostra di essere perfettamente al corrente di certe dinamiche "disfunzionali" della produzione scientifica (quelle confermate alcuni decenni dopo da Nature), e dichiara, se pure implicitamente, di non ritenerle tali da legittimare il relativismo da bar di certi improvvisati epistemologi.

Anche Euclide ha portato avanti la scienza (anche Mark, del resto), e anche Newton, che, come certamente non sapete, nonostante sia uno dei pilastri su cui poggiamo la nostra certezza di essere "più scienziati di Euclide", almeno in ottica aveva più problemi del suo illustre predecessore e ne era tragicamente consapevole. La sua teoria, ovviamente, era diametralmente opposta (la luce avrebbe avuto natura corpuscolare), e questo lo metteva in una serie infinita di aporie e di contraddizioni che non vi dico, a fronte di fenomeni banali, come la rifrazione, o la riflessione parziale (sapete quando guardate dalla finestra, e vedete il pallido riflesso del vostro volto sul vetro?...).

Ma di questo ora non ho tempo di parlarvi. Lo farò se me lo chiederete (è molto interessante), ma consiglio di leggere direttamente Ronchi: ora devo stendere i panni.

Voi mi direte: ma alla fine di questo pistolotto incomprensibile, vuoi almeno dirci che cos'è la scienza? Scusate, ma a me sembra di aver fatto una cosa più utile! Vi ho detto che cos'è la "non scienza": è sorvolare sulle anomalie, e considerare come punto di arrivo quello che necessariamente è un punto di partenza, dichiarando chiuso il dibattito. Certo, anche qui ci vuole buon senso. Non è possibile dimostrare ogni volta funditus che 2+2=4. Ma, d'altra parte, chi vi sbatte in faccia che "la velocità della luce non si decide per alzata di mano" quasi certamente vuole dimostrarvi che 2+2=5 (e in effetti, quando si arrischia in ambito economico, lo fa, abusando della propria posizione dominante).

Ci siamo?

Capito mi avete?

Ecco: allora calma e Ronchi. L'estate è lunga, e Lascienza ci accompagnerà almeno fino al #goofy6...